Giovedì, 14 Novembre 2013 11:48

Pianeta Terra, emisfero nord, Europa, Italia, Roma 14 novembre 2013.

Scritto da  Andrea Bruni
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Sempre in ogni luogo e in ogni situazione ci siamo posti la domanda in che modo è possibile trovare le forme più adeguate per sintetizzare le molte idee della comunità umana. Tale domanda è presente  non solo per governare le decisioni legislative ma anche per rappresentare gruppi e istanze a livello più locale e di prossimità.  Possiamo concordare che le proposte formulate dalla comunità politica istituzionale, oggi in Italia, non ci aiutano molto a trovare risposte adeguate e incisive. Il culto della personalità individuale ha raggiunto livelli umoristici e non ha portato a iniziative imitabili. Chi si vuole proporre come portavoce di una idea o di una iniziativa deve fare i conti con una diffidenza diffusa verso le forme della rappresentanza e soprattutto nei confronti di quei “giochi” che la sottendono.  Anche nella gestione degli incontri pubblici è difficile senza un leader riconosciuto (per meriti o per titoli) trovare una forma di sintesi funzionale all’obiettivo dell’incontro. Per chi vuole farsi avanti in giovane età, a manifestare una trasformazione, deve fare i conti con la pesantezza del passato e del diritto acquisito di ruolo. Nel settore sociale in molti abbiamo vissuto la primavera del 1997 quando sembrava che, di fronte a nuove forme di legislazione, ci fosse una reale occasione di partecipazione diretta non solo nella consultazione. I diversi attori sociali, mettendosi numericamente in gioco,confermarono  con la presenza la volontà di contribuire a manifestare un punto di vista non solo personale. La gestione degli incontri nei gruppi sociali non è però cosa che possono far tutti. Ci sono oggi professionalità mature che prendendo competenze trasversali possono fare la differenza nei risultati. Li chiamano soft skill e qualcuno si è preso anche la briga di formulare delle linee di identificazione precise, definendone forme e competenze, costruendoci un profilo professionale. Non possiamo sapere come sarebbe finita la primavera del 1997 se fosse saltata agli occhi la necessità di guidare i processi partecipativi in forma professionale. Oggi sappiamo che di quel fermento è rimasta la memoria del clima. I tagli al welfare? Sono solo l’ultima cronaca di chi non ha saputo fare di quella primavera, una estate. Anni dopo nella primavera delle decisioni partecipate con la popolazione locale, con più professionalità si sono impostati gli incontri per disegnare le forme degli investimenti pubblici.  Gli incontri non più lasciati al caso erano guidati da tecnici addetti con conoscenze specifiche nella gestione dei gruppi. In quel caso ho conosciuto la Tecnica Nominal Group, l’esperienza dell’Università di Marsiglia e la capacità di gestire i gruppi in forma strutturata. Un bel percorso. Fu assente la sintesi finale. All’ultimo incontro la sala non era stata richiesta e i partecipanti si ritrovarono all’esterno. Maledizione alla Frankenstein Junior, pioveva. L’interesse del percorso strutturato, in quel caso, era più funzionale alla visibilità dei decisoripolitici, che nella partecipazione hanno trovato le forme del consenso, e non della decisione collettiva. Sistema scomposto e diffidenza storica chiedono il conto a chi vuole promuovere nuove forme di partecipazione diretta. La partecipazione e la rappresentanza possono richiedere una diversa forma. Possono superare il livello individuale. Possono affacciarsi al gruppo. Possono cominciare dalle forme organizzate a dare nuovi imput. Non più il segretario di partito ma un gruppo di portavoce, non più un presidente di cooperativa, ma un gruppo facente funzioni.

Letto 367966 volte Ultima modifica il Giovedì, 14 Novembre 2013 17:38

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