Martedì, 01 Luglio 2014 14:34

Lettera aperta a Progetto Laboratorio che naviga verso i suoi 20 anni di attività In evidenza

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Premessa

Per avviare una riflessione sullo stato attuale dell’Associazione Progetto Laboratorio c’è da evidenziare che la vita dell’Associazione non è mai stata comoda. Le frizioni interne di questo periodo, non credo possano mettere in discussione la tenuta associativa, ma vanno considerate come un percorso finalizzato a migliorare alcune disfunzioni dell’organizzazione interna. Progetto Laboratorio nella suo percorso non ha avuto vita facile in quanto non ha accettato, ne ricercato, favori a livello politico, istituzionale ed economico in quanto ha scelto di fare della propria autonomia decisionale ed operativa un elemento essenziale. Ciò non vuol dire che in oltre 17 anni di attività non abbia realizzato buone collaborazioni e partenariati con Enti Pubblici e Istituzioni Locali ma ciò non ha causato piegamenti agli interessi di parte e quando ritenuto necessario, non si è negata azioni di forza come l’occupazione del Municipio ex IV, il bagno collettivo a Fontana di Trevi o la contrapposizione con il Municipio ex 11 per la gestione della ludoteca pubblica, giusto per fare qualche esempio. Se Progetto Laboratorio, ancora oggi, a differenza di molte altre Associazioni no profit del settore, è attiva e operativa dipende proprio dalla sua autonomia decisionale, dalla professionalità delle persone che vi lavorano e vi hanno lavorato, e dalla sua democrazia interna che hanno consentito di offrire a tutti e tutte coloro che ne sono entrati in contatto opportunità a diversi livelli. C’è chi queste opportunità le ha utilizzate per uno sviluppo di gruppo associativo (ed oggi è nel Consiglio dell’Associazione e nell’Amministrazione), chi per fare la sua palestra di chiacchiere, chi per propri interessi personali (girando la testa di fronte alle difficoltà associative) ed infine chi ha attraversato questi ambiti secondo l’umore del momento. Non si può comunque negare che ognuno ha avuto il suo spazio di opportunità: dalla crescita professionale, nel fare formazione, dall’autonomia di gestione dei progetti, dal candidarsi ad avere ruoli dirigenti, dalla gestione di aree operative. Sul piano economico ogni anno Progetto Laboratorio vota il suo bilancio facendo della trasparenza un’arma appuntita per la verifica dei fondi pubblici che utilizza. Nel 2010 l’Associazione ha pubblicato il suo primo bilancio sociale che resta uno sforzo di analisi autoprodotto di cui l’Associazione va fiera. Detto ciò mi sento di dire che, prima di esprimersi con scioperi contro l’Associazione Progetto Laboratorio, sia necessario tenere a mente questi punti per evitare che si passi dalla critica all’insulto, campo nel quale non c’è più nessuna possibilità di confronto. Attualmente l’Associazione è in uno stato di difficoltà economica e non riesce più a pagare puntualmente le competenze dei soci, dei collaboratori e dei dipendenti. Questa nominale differenza tra “soci, collaboratori e dipendenti” serve a identificare un problema di ruolo che si è venuto a creare nel tempo. Come Associazione le scelte spettano alla comunità dei soci/e e proprio per questo motivo da sempre Progetto Laboratorio non ha mai fatto differenze tra chi lavora e chi è socio. Non essendo una impresa sociale non ha mai previsto un rapporto esclusivamente lavorativo, per le persone che ne sono entrate in contatto, ma ha sempre offerto una sede decisionale assembleare. Ciò è dettato da un principio squisitamente politico che non crede nella possibilità di appianare l’inevitabile conflitto che si crea tra chi offre lavoro e chi lavora. L’aver deciso di costituire una forma associativa ha significato la ricomposizione dei ruoli e per tale ragione va rifiutata la sfida di chi vuole mettere il Consiglio dell’Associazione, che è un organo di rappresentanza, nel ruolo di controparte. La scelta di associarsi è libera e quindi è giusto che si versi fisicamente la quota senza vedersela decurtata dalla busta paga. Gli accordi interni devono essere necessariamente condivisi e scritti per evitare fraintendimenti a garanzia dell’Associazione e degli impegni di ognuno nei confronti degli altri. L’auspicio è di tornare a far si che chi lavora con Progetto Laboratorio, si senta parte dell’Associazione e, abbia l’onere di decidere per se e per tutti in un esercizio di responsabilità collettiva che supera l’interesse individuale. Un altro problema che è giunto a maturazione è la ricerca dell’unanimità assembleare a tutti i costi. Semmai ciò sia auspicabile non può essere un vincolo. Quando si decide insieme tutto quello che riguarda l’Associazione si accetta, nel gioco democratico, di essere maggioranza o minoranza, quindi di determinare o di accettare le decisioni. Anche sulla comunicazione interna ci sono dei miglioramenti da realizzare in modo che sia puntuale e dettagliata. Non si può scoprire il giorno dello stipendio che i soldi non ci sono oppure sapere da un giorno all’altro che il lavoro è finito. Su questo è necessario darsi dei tempi programmatici chiari per evitare che le cose siano date per scontate in virtù del fatto che chi agisce le scelte si sente in buona fede.


L’Aspetto economico
La situazione debitoria che si trova ad affrontare l’Associazione non nasce da cumuli economici del gruppo dirigente o da stipendi d’oro di alcuni soci. Tale situazione si è generata a causa dell’aumento della tassazione sul lavoro, della riduzione dei progetti in gestione e della maturazione di alcuni fatti che vale la pena ricordare.
1) Circa 5 anni fa la Provincia di Roma, dopo aver accettato il finanziamento di due progetti per un totale di 20.000,00 euro, su laboratori e viaggio della memoria, ha liquidato poco meno di 6.000,00 euro. Alcuni di questi fondi erano destinati al pagamento dell’Agenzia di Viaggio, che quando è riuscita ad ottenere quanto gli era dovuto, è stato necessario da parte dell’Associazione pagare gli interessi maturati, arrivando ad un debito totale di circa 21.000,00 euro (in questo caso alcuni soci hanno contribuito economicamente ad evitare il crac finanziario).
2) Il Comune di Roma, dopo aver riconosciuto l’approvazione di un progetto sulla valorizzazione della Garbatella, ha deciso di non dare seguito alle attività poiché non gli piacevano i contenuti della pubblicazione (in un capitolo si parlava del movimento degli anni ’70 ed in un altro dei percorsi della memoria). Ciò ha causato una perdita di oltre 20.000,00 euro di cui 10.000,00 recuperati dopo una causa penale.
Una perdita economica di circa 30.000,00 euro che sul bilancio medio annuale degli ultimi dieci anni pesa per circa il 15%. Questa mancanza economica ha causato la scelta, in una Assemblea dell’Associazione, di preferire il pagamento degli stipendi alle tasse dovute, così che oggi equitalia chiede il resoconto di ciò, con gli interessi. Ma c’è dell’altro.
3) E’ ormai consuetudine il ritardo nel pagamento delle fatture da parte delle Amministrazioni Pubbliche nei confronti degli Enti del Terzo Settore. Nel tempo, per quanto riguarda l’Associazione, si sono utilizzati gli anticipi bancari sulle fatture emesse, che richiedono il pagamento degli interessi che nessuna Amministrazione riconosce, e da cui si crea un buco economico che ogni anno è calcolato, per l’Associazione, in circa 5.000 euro.
4) Il Dipartimento alle politiche scolastiche qualche anno fa ha richiesto, agli enti accreditati alla gestione degli asili nido, l’obbligo di regolarizzare i contratti di lavoro delle persone che operano nel servizio. Una bel passo in avanti, peccato che ad agosto (e da quest’anno sembra anche a luglio) non sono previsti contributi dall’ente pubblico. Peccato che se una famiglia decide di non mandare più il figlio (come successo con tre bambini quest’anno) non viene riconosciuta nessuna indennità. Peccato che le quote individuali sono ferme da anni. Peccato che le convenzioni non sono a tempo indeterminato come i contratti.
5) Nel progetto Spazio Bebi, inoltre, per anni si è lavorato con un rapporto educatrici/bambini di 1 educatrice per 4,6 bambini invece che 1 educatrice per 8 bambini, come richiesto dalla convenzione, e all’accoglienza con due operatori nonostante ne fosse richiesto uno. Questo per migliorare la qualità del servizio alle bambine e bambini e alle famiglie. Ciò, come comprensibile, crea un forte aumento dei costi di lavoro indiretto.
6) Circa un anno fa il Consiglio, su mandato dell’Assemblea, per superare le differenze interne, ha deciso di avviare un processo di regolarizzazione di tutti i contratti, cominciando con il criterio dell’anzianità dei soci. Dopo pochi mesi è stato evidente un aumento dei costi di gestione a cui non corrispondeva un aumento delle entrate. Il processo è stato intelligentemente bloccato per evitare un disastro economico.
Questa la situazione sull’aspetto economico e gli errori che sono stati commessi sono stati all’interno delle scelte gestionali che l’Associazione si è trovata ad affrontare. La cosa che sta creando maggiori problemi organizzativi interni, oltre alla situazione economica, è proprio l’ultimo punto: l’aver definito una differenza tra le persone che lavorano in Associazione. Una diseguaglianza nei fatti: alcuni con contratto a tempo indeterminato e alcuni con contratti a progetto ed in una piccola Associazione questa differenza si nota. E’ impensabile convivere, per tanto tempo, con queste differenze interne senza capire che ciò non comporti dei malumori individuali. La registrazione dei primi contratti a tempo indeterminato, in Associazione, dovevano servire da traino per regolarizzare tutti gli altri contratti interni, ma così non è stato. Ed oggi quello che doveva essere un apripista è divenuto un boomerang di costi che contribuisce al cumulo di spese. Nel tempo si è maturata una diffidenza interna anche solo nella domanda: “perché lei/lui si ed io/te no?”. Nel tempo si sono create controparti interne nel quale il Presidente e i membri del Consiglio dell’Associazione sono diventati “il padrone” nonostante anche loro svolgano lavoro operativo oltre che amministrativo e non sono datori di lavoro. E poi c’è la questione delle garanzie: alcuni con ferie, tredicesima e liquidazione e altri senza la continuità del lavoro se finisce il progetto. Su questi temi in più occasioni l’Associazione ha provato a formulare risposte realistiche e propositive ma senza successo così che oggi il rapporto di lavoro con l’ Associazione per alcuni/e è diventato un diritto e per altri il dovere di tutelarlo. Ma così non funziona e la necessità di ristabilire una eguaglianza interna è divenuto un elemento essenziale, in quanto firmare per tutti contratti a tempo indeterminato è un costo insostenibile visto le entrate di cui l’Associazione gode. Su questo la proposta di incontrarsi tra un referente di ogni progetto dell’Associazione per gestire una unità di crisi non ha prodotto risultati e le varie ipotesi di trovare un contenimento delle spese non sono state accolte con quella complicità necessaria a poterle rendere operative.

Un punto di vista allargato sul settore
Nonostante un settore no profit che in Italia è più attivo degli altri settori, come evidenziato nell’ultimo censimento, dobbiamo evidenziare che si sta creando una polarizzazione pericolosa che la nuova normativa in discussione dell’attuale governo vorrebbe sancire definitivamente. Da una parte il volontariato puro, quello che non percepisce reddito, e di cui si sono censiti oltre 4 milioni e mezzo di persone in Italia, e dall’altra l’Impresa Sociale che crea più lavoro di altri settori e tiene nei momenti di crisi, ma genera precarietà strutturale e stipendi al di sotto delle medie degli altri settori, anche a parità di mansioni, (per esempio settore sociale e settore sanitario). Da questo si comprende perché il mondo del piccolo Associazionismo di settore, che crea lavoro, è oggi in maggiore difficoltà gestionale ed economica, anche considerando gli alti costi indiretti del lavoro e dei bassi finanziamenti dei progetti. Un esempio di questi giorni, che ci riguarda, è la rinuncia dell’Associazione a presentare due progetti di ludoteche, già in gestione, poiché i fondi a disposizioni e le richieste del bando erano insostenibili per chi avrebbe dovuto lavorarci. Quando si arriva a ciò si mette in discussione proprio la mission associativa. Per evitare questo collasso, una Amministrazione Pubblica coraggiosa dovrebbe introdurre agevolazioni sui costi indiretti del lavoro per chiarire le differenze che esistono tra un’associazione no profit e un’azienda profit, facendo dei puntuali controlli e verificando gli stipendi che portano a casa coloro che riscoprono temporaneamente il ruolo di dirigenti nelle Associazioni o nelle organizzazioni no profit.
Ma c’è un’altra ragione ancora, secondo me, che consente agli Enti no profit e a Progetto Laboratorio in particolare di proseguire le attività nonostante queste evidenti inconvenienze, e riguarda l’impegno di alcune persone che oltre al tempo retribuito del lavoro ci mettono tempo libero, testa e soldi personali, e non parlo solo delle due ore in più occasionali, parlo delle preoccupazioni che non ti fanno dormire la notte, dello sforzo di proporre iniziative di riflessione, del voler cambiare il presente, della fatica di stare nel dibattito per far quadrare i conti. Credo che oggi la cosa che stia venendo a galla in Progetto Laboratorio sia proprio questa. Da un lato c’è chi si preoccupa di tutto e tutti e da un altro c’è chi si preoccupa solo di se stesso e questo non può essere un modello né di lavoro sociale né di organizzazione che può funzionare a lungo.


Conclusioni personali
Personalmente da gennaio 2014 sono senza busta paga e senza retribuzione alcuna, con un credito di oltre 7.000 euro anticipato per pagare le buste paga di altri. Dopo aver contribuito ad inventare l’Associazione, a farne il Presidente per oltre 10 anni con un totale di 16 anni di lavoro non ho maturato nessuna liquidazione. Mi pare che ci sia troppa differenza con chi coglie la situazione del ritardo di stipendi per richiedere di essere pagato prima degli altri minacciando provvedimenti legali; mi pare ci sia troppa differenza con chi pensa di far credere al giudice del tribunale che non era una libera professionista ma una dipendente; mi pare ci sia troppa differenza con chi ha ferie pagate, tredicesima e una liquidazione in maturazione; mi pare ci sia troppa differenza con chi conclude il progetto e non ha garanzia di continuità di lavoro; mi pare ci sia troppa differenza. Una giusta uguaglianza interna è un elemento necessario per non sentirsi come una gomma da farsi masticare ed in attesa di ciò non è più sostenibile sentire che chi agisce la gestione associativa, oltre il carico di lavoro non retribuito, è anche la controparte di chi lavora.
Andrea Bruni
Giugno 2014.

Letto 19487 volte Ultima modifica il Martedì, 01 Luglio 2014 14:38

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