andrea bruni

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Premessa

Per avviare una riflessione sullo stato attuale dell’Associazione Progetto Laboratorio c’è da evidenziare che la vita dell’Associazione non è mai stata comoda. Le frizioni interne di questo periodo, non credo possano mettere in discussione la tenuta associativa, ma vanno considerate come un percorso finalizzato a migliorare alcune disfunzioni dell’organizzazione interna. Progetto Laboratorio nella suo percorso non ha avuto vita facile in quanto non ha accettato, ne ricercato, favori a livello politico, istituzionale ed economico in quanto ha scelto di fare della propria autonomia decisionale ed operativa un elemento essenziale. Ciò non vuol dire che in oltre 17 anni di attività non abbia realizzato buone collaborazioni e partenariati con Enti Pubblici e Istituzioni Locali ma ciò non ha causato piegamenti agli interessi di parte e quando ritenuto necessario, non si è negata azioni di forza come l’occupazione del Municipio ex IV, il bagno collettivo a Fontana di Trevi o la contrapposizione con il Municipio ex 11 per la gestione della ludoteca pubblica, giusto per fare qualche esempio. Se Progetto Laboratorio, ancora oggi, a differenza di molte altre Associazioni no profit del settore, è attiva e operativa dipende proprio dalla sua autonomia decisionale, dalla professionalità delle persone che vi lavorano e vi hanno lavorato, e dalla sua democrazia interna che hanno consentito di offrire a tutti e tutte coloro che ne sono entrati in contatto opportunità a diversi livelli. C’è chi queste opportunità le ha utilizzate per uno sviluppo di gruppo associativo (ed oggi è nel Consiglio dell’Associazione e nell’Amministrazione), chi per fare la sua palestra di chiacchiere, chi per propri interessi personali (girando la testa di fronte alle difficoltà associative) ed infine chi ha attraversato questi ambiti secondo l’umore del momento. Non si può comunque negare che ognuno ha avuto il suo spazio di opportunità: dalla crescita professionale, nel fare formazione, dall’autonomia di gestione dei progetti, dal candidarsi ad avere ruoli dirigenti, dalla gestione di aree operative. Sul piano economico ogni anno Progetto Laboratorio vota il suo bilancio facendo della trasparenza un’arma appuntita per la verifica dei fondi pubblici che utilizza. Nel 2010 l’Associazione ha pubblicato il suo primo bilancio sociale che resta uno sforzo di analisi autoprodotto di cui l’Associazione va fiera. Detto ciò mi sento di dire che, prima di esprimersi con scioperi contro l’Associazione Progetto Laboratorio, sia necessario tenere a mente questi punti per evitare che si passi dalla critica all’insulto, campo nel quale non c’è più nessuna possibilità di confronto. Attualmente l’Associazione è in uno stato di difficoltà economica e non riesce più a pagare puntualmente le competenze dei soci, dei collaboratori e dei dipendenti. Questa nominale differenza tra “soci, collaboratori e dipendenti” serve a identificare un problema di ruolo che si è venuto a creare nel tempo. Come Associazione le scelte spettano alla comunità dei soci/e e proprio per questo motivo da sempre Progetto Laboratorio non ha mai fatto differenze tra chi lavora e chi è socio. Non essendo una impresa sociale non ha mai previsto un rapporto esclusivamente lavorativo, per le persone che ne sono entrate in contatto, ma ha sempre offerto una sede decisionale assembleare. Ciò è dettato da un principio squisitamente politico che non crede nella possibilità di appianare l’inevitabile conflitto che si crea tra chi offre lavoro e chi lavora. L’aver deciso di costituire una forma associativa ha significato la ricomposizione dei ruoli e per tale ragione va rifiutata la sfida di chi vuole mettere il Consiglio dell’Associazione, che è un organo di rappresentanza, nel ruolo di controparte. La scelta di associarsi è libera e quindi è giusto che si versi fisicamente la quota senza vedersela decurtata dalla busta paga. Gli accordi interni devono essere necessariamente condivisi e scritti per evitare fraintendimenti a garanzia dell’Associazione e degli impegni di ognuno nei confronti degli altri. L’auspicio è di tornare a far si che chi lavora con Progetto Laboratorio, si senta parte dell’Associazione e, abbia l’onere di decidere per se e per tutti in un esercizio di responsabilità collettiva che supera l’interesse individuale. Un altro problema che è giunto a maturazione è la ricerca dell’unanimità assembleare a tutti i costi. Semmai ciò sia auspicabile non può essere un vincolo. Quando si decide insieme tutto quello che riguarda l’Associazione si accetta, nel gioco democratico, di essere maggioranza o minoranza, quindi di determinare o di accettare le decisioni. Anche sulla comunicazione interna ci sono dei miglioramenti da realizzare in modo che sia puntuale e dettagliata. Non si può scoprire il giorno dello stipendio che i soldi non ci sono oppure sapere da un giorno all’altro che il lavoro è finito. Su questo è necessario darsi dei tempi programmatici chiari per evitare che le cose siano date per scontate in virtù del fatto che chi agisce le scelte si sente in buona fede.


L’Aspetto economico
La situazione debitoria che si trova ad affrontare l’Associazione non nasce da cumuli economici del gruppo dirigente o da stipendi d’oro di alcuni soci. Tale situazione si è generata a causa dell’aumento della tassazione sul lavoro, della riduzione dei progetti in gestione e della maturazione di alcuni fatti che vale la pena ricordare.
1) Circa 5 anni fa la Provincia di Roma, dopo aver accettato il finanziamento di due progetti per un totale di 20.000,00 euro, su laboratori e viaggio della memoria, ha liquidato poco meno di 6.000,00 euro. Alcuni di questi fondi erano destinati al pagamento dell’Agenzia di Viaggio, che quando è riuscita ad ottenere quanto gli era dovuto, è stato necessario da parte dell’Associazione pagare gli interessi maturati, arrivando ad un debito totale di circa 21.000,00 euro (in questo caso alcuni soci hanno contribuito economicamente ad evitare il crac finanziario).
2) Il Comune di Roma, dopo aver riconosciuto l’approvazione di un progetto sulla valorizzazione della Garbatella, ha deciso di non dare seguito alle attività poiché non gli piacevano i contenuti della pubblicazione (in un capitolo si parlava del movimento degli anni ’70 ed in un altro dei percorsi della memoria). Ciò ha causato una perdita di oltre 20.000,00 euro di cui 10.000,00 recuperati dopo una causa penale.
Una perdita economica di circa 30.000,00 euro che sul bilancio medio annuale degli ultimi dieci anni pesa per circa il 15%. Questa mancanza economica ha causato la scelta, in una Assemblea dell’Associazione, di preferire il pagamento degli stipendi alle tasse dovute, così che oggi equitalia chiede il resoconto di ciò, con gli interessi. Ma c’è dell’altro.
3) E’ ormai consuetudine il ritardo nel pagamento delle fatture da parte delle Amministrazioni Pubbliche nei confronti degli Enti del Terzo Settore. Nel tempo, per quanto riguarda l’Associazione, si sono utilizzati gli anticipi bancari sulle fatture emesse, che richiedono il pagamento degli interessi che nessuna Amministrazione riconosce, e da cui si crea un buco economico che ogni anno è calcolato, per l’Associazione, in circa 5.000 euro.
4) Il Dipartimento alle politiche scolastiche qualche anno fa ha richiesto, agli enti accreditati alla gestione degli asili nido, l’obbligo di regolarizzare i contratti di lavoro delle persone che operano nel servizio. Una bel passo in avanti, peccato che ad agosto (e da quest’anno sembra anche a luglio) non sono previsti contributi dall’ente pubblico. Peccato che se una famiglia decide di non mandare più il figlio (come successo con tre bambini quest’anno) non viene riconosciuta nessuna indennità. Peccato che le quote individuali sono ferme da anni. Peccato che le convenzioni non sono a tempo indeterminato come i contratti.
5) Nel progetto Spazio Bebi, inoltre, per anni si è lavorato con un rapporto educatrici/bambini di 1 educatrice per 4,6 bambini invece che 1 educatrice per 8 bambini, come richiesto dalla convenzione, e all’accoglienza con due operatori nonostante ne fosse richiesto uno. Questo per migliorare la qualità del servizio alle bambine e bambini e alle famiglie. Ciò, come comprensibile, crea un forte aumento dei costi di lavoro indiretto.
6) Circa un anno fa il Consiglio, su mandato dell’Assemblea, per superare le differenze interne, ha deciso di avviare un processo di regolarizzazione di tutti i contratti, cominciando con il criterio dell’anzianità dei soci. Dopo pochi mesi è stato evidente un aumento dei costi di gestione a cui non corrispondeva un aumento delle entrate. Il processo è stato intelligentemente bloccato per evitare un disastro economico.
Questa la situazione sull’aspetto economico e gli errori che sono stati commessi sono stati all’interno delle scelte gestionali che l’Associazione si è trovata ad affrontare. La cosa che sta creando maggiori problemi organizzativi interni, oltre alla situazione economica, è proprio l’ultimo punto: l’aver definito una differenza tra le persone che lavorano in Associazione. Una diseguaglianza nei fatti: alcuni con contratto a tempo indeterminato e alcuni con contratti a progetto ed in una piccola Associazione questa differenza si nota. E’ impensabile convivere, per tanto tempo, con queste differenze interne senza capire che ciò non comporti dei malumori individuali. La registrazione dei primi contratti a tempo indeterminato, in Associazione, dovevano servire da traino per regolarizzare tutti gli altri contratti interni, ma così non è stato. Ed oggi quello che doveva essere un apripista è divenuto un boomerang di costi che contribuisce al cumulo di spese. Nel tempo si è maturata una diffidenza interna anche solo nella domanda: “perché lei/lui si ed io/te no?”. Nel tempo si sono create controparti interne nel quale il Presidente e i membri del Consiglio dell’Associazione sono diventati “il padrone” nonostante anche loro svolgano lavoro operativo oltre che amministrativo e non sono datori di lavoro. E poi c’è la questione delle garanzie: alcuni con ferie, tredicesima e liquidazione e altri senza la continuità del lavoro se finisce il progetto. Su questi temi in più occasioni l’Associazione ha provato a formulare risposte realistiche e propositive ma senza successo così che oggi il rapporto di lavoro con l’ Associazione per alcuni/e è diventato un diritto e per altri il dovere di tutelarlo. Ma così non funziona e la necessità di ristabilire una eguaglianza interna è divenuto un elemento essenziale, in quanto firmare per tutti contratti a tempo indeterminato è un costo insostenibile visto le entrate di cui l’Associazione gode. Su questo la proposta di incontrarsi tra un referente di ogni progetto dell’Associazione per gestire una unità di crisi non ha prodotto risultati e le varie ipotesi di trovare un contenimento delle spese non sono state accolte con quella complicità necessaria a poterle rendere operative.

Un punto di vista allargato sul settore
Nonostante un settore no profit che in Italia è più attivo degli altri settori, come evidenziato nell’ultimo censimento, dobbiamo evidenziare che si sta creando una polarizzazione pericolosa che la nuova normativa in discussione dell’attuale governo vorrebbe sancire definitivamente. Da una parte il volontariato puro, quello che non percepisce reddito, e di cui si sono censiti oltre 4 milioni e mezzo di persone in Italia, e dall’altra l’Impresa Sociale che crea più lavoro di altri settori e tiene nei momenti di crisi, ma genera precarietà strutturale e stipendi al di sotto delle medie degli altri settori, anche a parità di mansioni, (per esempio settore sociale e settore sanitario). Da questo si comprende perché il mondo del piccolo Associazionismo di settore, che crea lavoro, è oggi in maggiore difficoltà gestionale ed economica, anche considerando gli alti costi indiretti del lavoro e dei bassi finanziamenti dei progetti. Un esempio di questi giorni, che ci riguarda, è la rinuncia dell’Associazione a presentare due progetti di ludoteche, già in gestione, poiché i fondi a disposizioni e le richieste del bando erano insostenibili per chi avrebbe dovuto lavorarci. Quando si arriva a ciò si mette in discussione proprio la mission associativa. Per evitare questo collasso, una Amministrazione Pubblica coraggiosa dovrebbe introdurre agevolazioni sui costi indiretti del lavoro per chiarire le differenze che esistono tra un’associazione no profit e un’azienda profit, facendo dei puntuali controlli e verificando gli stipendi che portano a casa coloro che riscoprono temporaneamente il ruolo di dirigenti nelle Associazioni o nelle organizzazioni no profit.
Ma c’è un’altra ragione ancora, secondo me, che consente agli Enti no profit e a Progetto Laboratorio in particolare di proseguire le attività nonostante queste evidenti inconvenienze, e riguarda l’impegno di alcune persone che oltre al tempo retribuito del lavoro ci mettono tempo libero, testa e soldi personali, e non parlo solo delle due ore in più occasionali, parlo delle preoccupazioni che non ti fanno dormire la notte, dello sforzo di proporre iniziative di riflessione, del voler cambiare il presente, della fatica di stare nel dibattito per far quadrare i conti. Credo che oggi la cosa che stia venendo a galla in Progetto Laboratorio sia proprio questa. Da un lato c’è chi si preoccupa di tutto e tutti e da un altro c’è chi si preoccupa solo di se stesso e questo non può essere un modello né di lavoro sociale né di organizzazione che può funzionare a lungo.


Conclusioni personali
Personalmente da gennaio 2014 sono senza busta paga e senza retribuzione alcuna, con un credito di oltre 7.000 euro anticipato per pagare le buste paga di altri. Dopo aver contribuito ad inventare l’Associazione, a farne il Presidente per oltre 10 anni con un totale di 16 anni di lavoro non ho maturato nessuna liquidazione. Mi pare che ci sia troppa differenza con chi coglie la situazione del ritardo di stipendi per richiedere di essere pagato prima degli altri minacciando provvedimenti legali; mi pare ci sia troppa differenza con chi pensa di far credere al giudice del tribunale che non era una libera professionista ma una dipendente; mi pare ci sia troppa differenza con chi ha ferie pagate, tredicesima e una liquidazione in maturazione; mi pare ci sia troppa differenza con chi conclude il progetto e non ha garanzia di continuità di lavoro; mi pare ci sia troppa differenza. Una giusta uguaglianza interna è un elemento necessario per non sentirsi come una gomma da farsi masticare ed in attesa di ciò non è più sostenibile sentire che chi agisce la gestione associativa, oltre il carico di lavoro non retribuito, è anche la controparte di chi lavora.
Andrea Bruni
Giugno 2014.

Gent.le Dirigente, finalmente la recente Legge 04-2013 (Legge 14 gennaio 2013, n. 4 - Disposizioni in materia di professioni non organizzate in Ordini e Collegi - G.U. n. 22 del 26-1-2013) ha permesso la nascita di Associazioni Professionali che possono definire
un proprio elenco professionale e iscriversi, avendone i requisiti, all’apposito elenco tenuto dal Ministero dello Sviluppo
Economico. Tali associazioni professionali possono rilasciare ai propri soci un “Attestato di qualificazione
professionale” che avrà finalmente un valore legale, o per lo meno lo si potrà definire come attestato riconosciuto dalla
Stato Italiano. Da questa novità legislativa, la professione del Responsabile di Progetto (RP) si andrà così ad affiancare alle
tradizionali professioni ordinistiche. Nel mondo della P.A. più che di professione in senso stretto si potrà parlare del RP
più propriamente come di una “professionalità” aggiuntiva rispetto al proprio ruolo lavorativo contrattualmente ricoperto.
E questo anche considerando che il ruolo di RP viene spesso ricoperto solo per un certo periodo lavorativo. A volte,
laddove il progetto si configura come Procedimento, viene definito come RUP – Responsabile Unico di Procedimento,
ma al di là del nome la funzione non cambia. Nel Terzo Settore, invece, tali competenze professionali stanno assumendo
un ruolo ben definito capace di garantire con più certezza il raggiungimento degli obiettivi previsti dai progetti finanziati
dalla Pubblica Amministrazione.
Ed è proprio con riferimento alla sfidante legge 04-2013 che nel giugno 2013 nasce Assirep – Associazione
Italiana dei Responsabili ed Esperti di Gestione Progetto (www.assirep.it). Lo scopo di Assirep è quello costituire il
primo “elenco professionale” italiano dei RP, e tutti coloro che, avendone i requisiti, ne fanno parte possono ambire a
veder riconosciuta dai datori di lavori, dai committenti o dai clienti, la propria professionalità (in termini di conoscenze,
competenze ed abilità) nella gestione dei progetti (project management). Del Dicembre del 2013 Assirep è stata inserita
nell’elenco del MiSE e sempre nello stesso periodo Istat ha inserito la professione del RP nella codifica CP2011. Inoltre,
nel gennaio del 2014 in una gara Consip è stata richiesta una figura professionale di Capo Progetto avente come
requisiti l’iscrizione ad Assirep.
In considerazione dell’importanza del ruolo svolto dalla Direzione U.O.S.E.C.S. sia nell’ambito della
programmazione socio-educativa sia nel controllo di gestione dei progetti esternalizzati, che per diverse ragioni
aumentano in maniera esponenziale, vogliamo metterci a disposizione per contribuire alla gestione di progetti che
possano essere pianificati, eseguiti e controllati con competenza e abilità. Non basta più affidarsi, per la realizzazione dei
progetti, a fornitori esterni perdendone per certi versi il controllo. Occorre definire, secondo la nostra Associazione, al
proprio interno, e soprattutto richiederlo ai fornitori esterni, dei veri e propri Responsabili di Progetto che gestiscano il
ciclo di vita del progetto in tutto il suo iter, dalla fase propriamente progettuale a quella di consegna dei deliverable del
progetto all’utente finale.
La gestione per progetti
Non possiamo prevedere come e quando finirà la crisi socio-economica e lavorativa che da troppo tempo attanaglia
la nostra amata Nazione. Le ipotesi purtroppo sono le più disparate. Ma una cosa è certa: fermi non si può restare e
occorre, con coraggio, determinazione e tanta speranza provare a cambiare!!! E questo seppur consci che non sempre il
cambiamento è di per se foriero di cose migliori e che esso comporta assumersi dei rischi. Di certo di routine non si
cambia e occorre quindi gestire al meglio i nuovi “progetti”, intendendo qui con il termine Progetto “uno sforzo limitato
nel tempo teso al raggiungimento di obiettivi desiderati, con vincoli di tempo, costo e qualità”, così come avviene
nell’affidamento dei Bandi Pubblici al Terzo Settore.
Proprio partendo da tali considerazioni, secondo noi, i futuri progetti della Pubblica Amministrazione dovranno, e diremmo anche per motivazioni di carattere etico, essere gestiti con la massima qualità possibile, ma soprattutto
dovranno essere affidati alle cure di persone in grado di condurli laddove i committenti degli stessi avranno indicato. E
per poterlo fare, tali persone dovranno necessariamente possedere adeguate conoscenze, competenze e abilità di
gestione progetti (Project Management). Dovranno ciò saper avviare, pianificare, eseguire, controllare e chiudere un
progetto nel modo migliore e dovranno utilizzate con maestria metodi, tecniche e strumenti specialistici di gestione
progetti.
E siamo inoltre certi che, non esistendo nessuna organizzazione pubblica che non agisca in modo più o meno
frequente e consapevole per progetti, non esiste di conseguenza nessuna organizzazione che non debba individuare e
nominare, al proprio interno o come collaboratori esterni, dei validi Responsabili di Progetto. Ma cause ataviche di natura
culturale, sindacale, contrattuale, ecc. (cause che non si intende qui affrontare), per troppo tempo alcuni RP hanno
svolto tale ruolo in modo che possiamo definire “abusivo”, non avendo riconosciuta in modo ufficiale e contrattuale tale
propria preziosa professionalità e rientrando di certo questa professione, fino a fine 2013, tra quelle non organizzate in
Ordini e Collegi.
Collaborazione ASSIREP - UOSEC
Per quanto fin qui esposto, crediamo sia funzionale agli obiettivi di una P.A. trasparente e virtuosa valorizzare
questa nuova professione in termini di legalità sia all’interno del proprio ambiente ma soprattutto nei confronti dei
committenti esterni che inseriscono all’interno dei propri progetti figure professionali, a volte, non capaci di raggiungere
gli obiettivi del progetto. La nostra Associazione garantisce ai propri associati anche uno sportello per il consumatore e
una tutela legale per far riconoscere i propri diritti che in questo caso, crediamo, si sposano bene con il lavoro di chi
gestisce con responsabilità la cosa pubblica.
Per questo, riteniamo che l’Attestato di qualificazione professionale del RP possa essere un elemento qualificante
all’interno dei procedimenti gestiti dalla sua Unità Operativa, anche come specializzazione di alcuni ruoli professioni già
in essere, e soprattutto da richiedere agli Enti esterni che gestiscono i progetti per conto della Pubblica Amministrazione.
In tal senso ci consideri a sua disposizione nel caso volesse approfondire, in un prossimo incontro, le tematiche qui
sommariamente esposte solo per non tediarla più del dovuto. Siamo inoltre a disposizione nel caso ella voglia
organizzare gratuitamente un seminario sulla figura del Responsabile di Progetto e/o sulla disciplina del Project
Management.
Terminiamo ricordando che J.P.Sartre sosteneva che alla fine della fiera l’uomo altro non sarà che i propri progetti.
Cerchiamo quindi questi nostri progetti di gestirli al meglio e soprattutto per farlo affidiamoci ai professionalità qualificate.
.
Arch. Eugenio Rambaldi - Presidente ASSIREP
Andrea Bruni PMP, Responsabile Ufficio Progetti Nazionale C.S.E.N

Sempre in ogni luogo e in ogni situazione ci siamo posti la domanda in che modo è possibile trovare le forme più adeguate per sintetizzare le molte idee della comunità umana. Tale domanda è presente non solo per governare le decisioni legislative ma anche per rappresentare gruppi e istanze a livello più locale e di prossimità. Possiamo concordare che le proposte formulate dalla comunità politica istituzionale, oggi in Italia, non ci aiutano molto a trovare risposte adeguate e incisive. Il culto della personalità individuale ha raggiunto livelli umoristici e non ha portato a iniziative imitabili. Chi si vuole proporre come portavoce di una idea o di una iniziativa deve fare i conti con una diffidenza diffusa verso le forme della rappresentanza e soprattutto nei confronti di quei “giochi” che la sottendono. Anche nella gestione degli incontri pubblici è difficile senza un leader riconosciuto (per meriti o per titoli) trovare una forma di sintesi funzionale all’obiettivo dell’incontro. Per chi vuole farsi avanti in giovane età, a manifestare una trasformazione, deve fare i conti con la pesantezza del passato e del diritto acquisito di ruolo. Nel settore sociale in molti abbiamo vissuto la primavera del 1997 quando sembrava che, di fronte a nuove forme di legislazione, ci fosse una reale occasione di partecipazione diretta non solo nella consultazione. I diversi attori sociali, mettendosi numericamente in gioco,confermarono con la presenza la volontà di contribuire a manifestare un punto di vista non solo personale. La gestione degli incontri nei gruppi sociali non è però cosa che possono far tutti. Ci sono oggi professionalità mature che prendendo competenze trasversali possono fare la differenza nei risultati. Li chiamano soft skill e qualcuno si è preso anche la briga di formulare delle linee di identificazione precise, definendone forme e competenze, costruendoci un profilo professionale. Non possiamo sapere come sarebbe finita la primavera del 1997 se fosse saltata agli occhi la necessità di guidare i processi partecipativi in forma professionale. Oggi sappiamo che di quel fermento è rimasta la memoria del clima. I tagli al welfare? Sono solo l’ultima cronaca di chi non ha saputo fare di quella primavera, una estate. Anni dopo nella primavera delle decisioni partecipate con la popolazione locale, con più professionalità si sono impostati gli incontri per disegnare le forme degli investimenti pubblici. Gli incontri non più lasciati al caso erano guidati da tecnici addetti con conoscenze specifiche nella gestione dei gruppi. In quel caso ho conosciuto la Tecnica Nominal Group, l’esperienza dell’Università di Marsiglia e la capacità di gestire i gruppi in forma strutturata. Un bel percorso. Fu assente la sintesi finale. All’ultimo incontro la sala non era stata richiesta e i partecipanti si ritrovarono all’esterno. Maledizione alla Frankenstein Junior, pioveva. L’interesse del percorso strutturato, in quel caso, era più funzionale alla visibilità dei decisoripolitici, che nella partecipazione hanno trovato le forme del consenso, e non della decisione collettiva. Sistema scomposto e diffidenza storica chiedono il conto a chi vuole promuovere nuove forme di partecipazione diretta. La partecipazione e la rappresentanza possono richiedere una diversa forma. Possono superare il livello individuale. Possono affacciarsi al gruppo. Possono cominciare dalle forme organizzate a dare nuovi imput. Non più il segretario di partito ma un gruppo di portavoce, non più un presidente di cooperativa, ma un gruppo facente funzioni.

Lunedì, 11 Marzo 2013 18:15

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 Collaborazioni Attuali a Livello Professionale

Responsabile Ufficio Progetti Nazionale C.S.E.N.

Da aprile 2010

Project Manager Coop. Soc. S.Onofrio

Da settembre 2007

Socio Fondatore – Responsabile Ufficio Progetti A.R.S.E. Progetto Laboratorio onlus

Da Novembre 1997

Socio :

ISIPM : Istituto Italiano di Project Management

APIS : Associazione Italiana Progettisti Sociali

C’è un evento annuale che ormai ha superato la terza edizione. Come tutte le cose capaci di andare oltre il fatidico tre sono da tenere in considerazione. Si svolge a Roma, nel periodo di fine anno. Nell’ultima edizione, di questo fine 2013, è stato condiviso un successo che farà parlare nel tempo. Non si tratta dei premi che a fine serata vengono distribuiti a sorteggio e neanche delle numerose aziende che presentano i loro pacchetti di servizi e aggiornamento formativo (comunque molto interessanti). Quest’anno la notizia è stata l’inserimento dell’Associazione di riferimento dei Responsabili di Progetto nell’elenco del Ministero dello Sviluppo Economico. Si tratta della nuova disciplina (legge n.4/2013) che ha riformato le professioni non regolamentate ossia quelle professioni non organizzate in ordini o collegi. Per comprendere questa importante novità, nel campo del terzo settore e delle politiche sociali, bisogna aver navigato nell’ambiente almeno due giorni. Infatti è sufficiente poco tempo per capire come non è riconosciuto il ruolo professionale di chi guida il progetto. Come vedere le implicazioni che questa novità potrà avere nel campo della gestione dei progetti sociali? Si parte da una forzatura semantica.In Italia c’è, finalmente, un sostanziale riconoscimento del ruolo professionale del Responsabile di Progetto che va ben oltre il possesso di una specifica certificazione. Questo riconoscimento arriva, di fatto, dal Ministero dello Sviluppo Economico che ha inserito la prima associazione professionale dei Project Manager nell’Elenco previsto dalla Legge 4/2013. In questo modo si può affermare che in Italia esiste la professione del “responsabile di progetto”. Ai responsabili di progetto potrà essere rilasciato l’Attestato di qualificazione professionale elemento della propria professionalità. Da oggi, in poi, nei  bandi di gara potranno essere richiesti responsabili di progetto in possesso dei requisiti e delle attestazioni previste dalla legge.Fin qui la forzatura semantica. Anche nel settore sociale sarà quindi possibile richiedere alle Pubbliche Amministrazioni di indicare con chiarezza nei bandi di gara l’indicazione e la qualifica del responsabile di progetto. Tanti anni fa, quando la legge per l’infanzia e l’adolescenza muoveva i primi passi, nei bandi pubblici difficilmente si trovava la figura dell’Educatore Professionale poiché era sostituita da un più generico operatore sociale. Da ormai qualche tempo la situazione è cambiata e la professionalità dell’Educatore ha trovato la giusta cittadinanza nei progetti educativi, anche con effetti documentabili. Oggi come allora i progetti sociali possono fare un passo in avanti se le pubbliche amministrazioni sapranno far tesoro della nuova normativa e valorizzare i progetti pubblici. Non si tratta solamente di affermare un titolo ma di definire una professione in ogni campo dell’agire pubblico in forma di progetto. Sarà più difficile sostenere spostamenti di fondi, aumento di spese, allungamento dei tempi, mancanza di qualità se un profilo professionale etico e capace sarà inserito nei posti di direzione del progetto. A tal proposito anche gli Indirizzi Europei non fanno sconti. Non tanto sulle notizie che il circo mediatico mette in evidenza quanto sulla gestione dei fondi sociali in mano alle regioni. La partita è appena aperta e sarà lunga da giocare, troveremo modo di riparlarne. Ma se non succede nulla?

Sempre in ogni luogo e in ogni situazione ci siamo posti la domanda in che modo è possibile trovare le forme più adeguate per sintetizzare le molte idee della comunità umana. Tale domanda è presente non solo per governare le decisioni legislative ma anche per rappresentare gruppi e istanze a livello più locale e di prossimità. Possiamo concordare che le proposte formulate dalla comunità politica istituzionale, oggi in Italia, non ci aiutano molto a trovare risposte adeguate e incisive. Il culto della personalità individuale ha raggiunto livelli umoristici e non ha portato a iniziative imitabili. Chi si vuole proporre come portavoce di una idea o di una iniziativa deve fare i conti con una diffidenza diffusa verso le forme della rappresentanza e soprattutto nei confronti di quei “giochi” che la sottendono. Anche nella gestione degli incontri pubblici è difficile senza un leader riconosciuto (per meriti o per titoli) trovare una forma di sintesi funzionale all’obiettivo dell’incontro. Per chi vuole farsi avanti in giovane età, a manifestare una trasformazione, deve fare i conti con la pesantezza del passato e del diritto acquisito di ruolo. Nel settore sociale in molti abbiamo vissuto la primavera del 1997 quando sembrava che, di fronte a nuove forme di legislazione, ci fosse una reale occasione di partecipazione diretta non solo nella consultazione. I diversi attori sociali, mettendosi numericamente in gioco,confermarono con la presenza la volontà di contribuire a manifestare un punto di vista non solo personale. La gestione degli incontri nei gruppi sociali non è però cosa che possono far tutti. Ci sono oggi professionalità mature che prendendo competenze trasversali possono fare la differenza nei risultati. Li chiamano soft skill e qualcuno si è preso anche la briga di formulare delle linee di identificazione precise, definendone forme e competenze, costruendoci un profilo professionale. Non possiamo sapere come sarebbe finita la primavera del 1997 se fosse saltata agli occhi la necessità di guidare i processi partecipativi in forma professionale. Oggi sappiamo che di quel fermento è rimasta la memoria del clima. I tagli al welfare? Sono solo l’ultima cronaca di chi non ha saputo fare di quella primavera, una estate. Anni dopo nella primavera delle decisioni partecipate con la popolazione locale, con più professionalità si sono impostati gli incontri per disegnare le forme degli investimenti pubblici. Gli incontri non più lasciati al caso erano guidati da tecnici addetti con conoscenze specifiche nella gestione dei gruppi. In quel caso ho conosciuto la Tecnica Nominal Group, l’esperienza dell’Università di Marsiglia e la capacità di gestire i gruppi in forma strutturata. Un bel percorso. Fu assente la sintesi finale. All’ultimo incontro la sala non era stata richiesta e i partecipanti si ritrovarono all’esterno. Maledizione alla Frankenstein Junior, pioveva. L’interesse del percorso strutturato, in quel caso, era più funzionale alla visibilità dei decisoripolitici, che nella partecipazione hanno trovato le forme del consenso, e non della decisione collettiva. Sistema scomposto e diffidenza storica chiedono il conto a chi vuole promuovere nuove forme di partecipazione diretta. La partecipazione e la rappresentanza possono richiedere una diversa forma. Possono superare il livello individuale. Possono affacciarsi al gruppo. Possono cominciare dalle forme organizzate a dare nuovi imput. Non più il segretario di partito ma un gruppo di portavoce, non più un presidente di cooperativa, ma un gruppo facente funzioni.

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APIS : Associazione Italiana Progettisti Sociali